Giovanna Bonanno, nota come la Vecchia dell’aceto, è una delle figure più inquietanti della cronaca palermitana del Settecento: vendeva veleno travestito da rimedio domestico.
Ci sono storie criminali che, anche a distanza di secoli, continuano a conservare un’aura oscura, quella di Giovanna Bonanno è una delle più incredibili. A Palermo il suo nome è rimasto legato per sempre al soprannome di “Vecchia dell’aceto”, una figura sospesa tra cronaca, paura popolare e memoria nera cittadina. Visse nella seconda metà del Settecento e divenne tristemente nota perché vendeva a donne infelici o decise a liberarsi del marito un liquido mortale presentato come un comune “aceto”.
Giovanna Bonanno: il veleno nascosto dietro l’aceto e i delitti che sconvolsero Palermo
Secondo quanto emerso dagli atti del processo, Giovanna Bonanno aveva trasformato una miscela a base di arsenico in uno strumento di morte facile da procurare e ancora più facile da mascherare. Il composto, chiamato “arcano liquore aceto”, veniva venduto come soluzione discreta per eliminare un marito scomodo senza attirare subito sospetti. In una città in cui certi rimedi domestici circolavano con naturalezza, quel veleno poteva entrare in casa senza destare allarme.

La dinamica che emerge dalle ricostruzioni è sempre la stessa: la vittima iniziava ad accusare forti dolori di stomaco, peggiorava rapidamente e alla fine moriva senza che i medici riuscissero a capire con chiarezza la causa. Proprio questa apparente invisibilità del veleno rese il sistema particolarmente pericoloso. Nel quartiere della Zisa, a Palermo, cominciarono così a susseguirsi morti sospette, abbastanza simili tra loro da far crescere col tempo il sospetto che dietro non ci fosse il caso.
L’arresto, il processo e la condanna della Vecchia dell’aceto
A far crollare tutto fu un errore. Una consegna del veleno destinata a un uomo vicino a una famiglia che conosceva fece scattare un sospetto e portò a una trappola organizzata per coglierla sul fatto. Quando Giovanna Bonanno si presentò per consegnare una nuova dose di “aceto”, venne fermata e arrestata. Da lì partì il processo istruito a Palermo nel 1788, nel quale la donna raccontò anche come aveva scoperto gli effetti letali della mistura e come avesse iniziato a venderla.
Il procedimento si chiuse con una condanna durissima. Giovanna Bonanno, accusata di veneficio e anche di stregoneria, fu giustiziata per impiccagione il 30 luglio 1789 a Palermo. È da allora che la sua figura è rimasta impressa nell’immaginario siciliano: non solo come avvelenatrice, ma come simbolo di una Palermo settecentesca in cui miseria, superstizione e delitto potevano mescolarsi fino a diventare indistinguibili.